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Clausola risolutiva « se meglio creda »: una risoluzione del contratto di locazione impossibile senza accordo fermo
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Clausola risolutiva « se meglio creda »: una risoluzione del contratto di locazione impossibile senza accordo fermo

📅 Décision du 24 marzo 1999⚖️ Cour de cassation👁️ 11 vues📖 5 min de lecture

La Corte di cassazione giudica che se una clausola risolutiva è corredata dalla dicitura « se meglio creda », essa non può fondare un valido atto di intimazione di pagamento: il locatore non offre una risoluzione ferma alla data dell'intimazione. Decisione del 24 marzo 1999.

Decisione di riferimento : cc • N° 96-20.590 • 1999-03-24 • Consulta la decisione →

Immaginate: siete proprietari di un locale commerciale a Bully-les-Mines. Il vostro conduttore non paga più l'affitto da tre mesi. Gli inviate un atto di intimazione di pagamento (messa in mora ufficiale) riproducendo la clausola risolutiva (clausola che prevede la risoluzione automatica del contratto in caso di mancato pagamento) prevista nel contratto. Ma questa clausola è così redatta: il locatore potrà risolvere il contratto « se meglio creda ». Pensate di essere tranquilli: il conduttore ha un mese per pagare, altrimenti il contratto è risolto di diritto. Ma la Corte di cassazione, con una sentenza del 24 marzo 1999, ha detto il contrario. Perché? Perché la dicitura « se meglio creda » significa che il locatore si riserva un'alternativa: o risolve, o mantiene il contratto. In questo caso, nessuna offerta ferma di risoluzione è fatta al conduttore nell'intimazione. Risultato: l'intimazione è inefficace. Questa decisione, che può sembrare tecnica, ha conseguenze pratiche molto concrete per proprietari e conduttori. Analisi.

I fatti: una storia come capita ogni giorno

La vicenda inizia a Parigi, ma avrebbe potuto svolgersi altrettanto bene a Liévin o a Béthune. La società Unicomi è proprietaria di locali ad uso uffici. Li concede in locazione a una conduttrice. Nel 1995, quest'ultima cessa di pagare i canoni. Il 7 febbraio 1995, la locatrice (proprietaria) fa notificare alla sua conduttrice un atto di intimazione di pagamento (atto dell'ufficiale giudiziario che intima di pagare entro un certo termine). Tale intimazione riproduce la clausola risolutiva inserita nel contratto di locazione. Ma questa clausola è redatta in modo particolare: essa permette al locatore di risolvere il contratto « se meglio creda ». In altre parole, il proprietario non è obbligato a risolvere: può scegliere, dopo l'intimazione, di proseguire il contratto o di porvi fine.

La conduttrice, dal canto suo, non paga entro il termine di un mese. Cita quindi la locatrice in giudizio per far constatare la risoluzione del contratto (cioè chiedere al giudice di dichiarare che il contratto è finito). Ritiene che l'intimazione sia valida e che la clausola risolutiva abbia operato. Ma la locatrice resiste: non ha manifestato una volontà ferma e non equivoca di risolvere il contratto. La corte d'appello di Parigi, il 5 settembre 1996, dà ragione alla locatrice: rifiuta di constatare la risoluzione. La conduttrice ricorre in cassazione.

La questione è semplice: un atto di intimazione di pagamento che riproduce una clausola risolutiva « se meglio creda » permette al conduttore di sapere con certezza che il contratto sarà risolto se non paga? La Corte di cassazione risponde di no.

Il ragionamento della giurisdizione — analizzato

La Corte di cassazione, con la sua sentenza del 24 marzo 1999, rigetta il ricorso della conduttrice. Approva la corte d'appello per aver constatato che la clausola risolutiva, corredata dalla dicitura « se meglio creda », era stipulata solo nell'interesse del locatore. In parole povere, il proprietario si riservava un'alternativa: o avvalersi della clausola (risolvere il contratto), o mantenere il contratto proseguendo l'esecuzione forzata (esigere il pagamento dei canoni insoluti).

Il fondamento legale? Non vi è un articolo preciso citato, ma la decisione si basa sull'interpretazione dei contratti (articolo 1156 del Codice civile, oggi 1188) e sul principio della risoluzione unilaterale. Affinché una clausola risolutiva operi, essa deve essere « acquisita »: il debitore (il conduttore) deve sapere che, trascorso un certo termine, il creditore (il locatore) potrà risolvere senza altre formalità. Ma se il locatore conserva la possibilità di rinunciare alla risoluzione, allora l'intimazione non offre una risoluzione ferma. In altre parole, il conduttore non può essere sicuro che il contratto sarà risolto se non paga. Può legittimamente pensare che il locatore esigerà solo il pagamento, senza risolvere.

La Corte di cassazione conferma qui una posizione classica: una clausola risolutiva deve essere precisa e non lasciare scelta al creditore dopo l'intimazione. Attenzione però: non si tratta di un revirement, ma di un'applicazione costante del rigore contrattuale. I giudici hanno ritenuto che la conduttrice non potesse invocare la risoluzione poiché la clausola non le offriva certezza. In pratica, ciò significa che i proprietari devono redigere le loro clausole risolutive senza ambiguità.

Cosa cambia per voi — concretamente

Per i proprietari locatori: se il vostro contratto contiene una clausola risolutiva « se meglio creda » o qualsiasi altra formula che vi lasci un'alternativa, la vostra intimazione di pagamento potrebbe essere inefficace. Non potrete ottenere la risoluzione automatica del contratto. Esempio concreto: a Liévin, un proprietario di un locale commerciale affittato a 1.200 € al mese redige una clausola che dice « il contratto potrà essere risolto se meglio creda al locatore ». Il conduttore non paga per due mesi. Il proprietario notifica un'intimazione riproducendo questa clausola. Il conduttore paga dopo il termine di un mese. Il proprietario vuole allora risolvere il contratto: non può, perché la clausola non era ferma. Deve intentare un'azione di risoluzione giudiziale (davanti al giudice), che richiede diversi mesi e costa di più.

Per i conduttori: questa decisione vi protegge. Se ricevete un'intimazione con una clausola « se meglio creda », voi

Questions fréquentes

Que faire si mon bail contient une clause « si bon semble » ?

Vous pouvez demander une modification du bail par avenant pour remplacer la clause par une clause ferme. Si le locataire refuse, vous devrez composer avec cette clause et, en cas d'impayé, passer par une résiliation judiciaire.

Puis-je résilier le bail malgré tout si le locataire ne paie pas ?

Oui, mais pas par le jeu de la clause résolutoire. Vous devez saisir le tribunal pour demander la résiliation judiciaire du bail pour non-paiement des loyers. La procédure est plus longue (6 à 12 mois) et plus coûteuse.

Quels délais pour un commandement de payer avec clause ferme ?

Le commandement doit laisser un délai d'un mois au locataire pour payer. Passé ce délai, si le locataire n'a pas payé, la résiliation est acquise de plein droit.

Un locataire peut-il se prévaloir de la clause « si bon semble » pour résilier le bail ?

Non, cette clause est stipulée dans l'intérêt du bailleur seulement. Le locataire ne peut pas l'invoquer pour obtenir la résiliation.

Que risque le propriétaire qui utilise une clause « si bon semble » ?

Il risque de voir son commandement déclaré nul, et de devoir payer les frais de la procédure. Il peut aussi être condamné à des dommages-intérêts s'il a abusé de son droit.

Informations juridiques

  • Numéro: 96-20.590
  • Juridiction: Cour de cassation
  • Date de décision: 24 mars 1999

Mots-clés

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Cas d'usage pratiques

1

Propriétaire bailleur à Bully-les-Mines avec clause ambiguë

Un propriétaire de local commercial loué 1 500 €/mois à Bully-les-Mines. Le bail contient une clause résolutoire « si bon semble ». Le locataire ne paie pas pendant 3 mois. Le propriétaire délivre un commandement reproduisant la clause. Le locataire paie après le délai d'un mois. Le propriétaire veut résilier le bail.

Application pratique:

Le propriétaire ne peut pas se prévaloir de la clause résolutoire car elle n'est pas ferme. Il doit intenter une action en résiliation judiciaire devant le tribunal de Béthune, ce qui prendra plusieurs mois. Il aurait dû faire modifier la clause avant tout commandement.

2

Locataire contestant un commandement à Liévin

Un locataire à Liévin reçoit un commandement de payer reproduisant une clause « si bon semble ». Il a un mois pour payer mais estime que le commandement est nul car la clause n'est pas ferme.

Application pratique:

Le locataire peut contester la validité du commandement devant le juge des référés. Il doit néanmoins prouver que la clause est ambiguë. En attendant, il peut consigner les loyers (les déposer chez un huissier) pour montrer sa bonne foi.

3

Acquéreur d'un immeuble à Béthune avec baux existants

Un investisseur achète un immeuble de bureaux à Béthune. Les baux en cours contiennent des clauses résolutoires « si bon semble ». Il veut pouvoir résilier rapidement les baux en cas d'impayés.

Application pratique:

L'acquéreur doit négocier avec les locataires un avenant pour remplacer les clauses ambiguës par des clauses fermes. À défaut, il devra compter sur la résiliation judiciaire, plus longue. Il peut aussi prévoir une clause résolutoire ferme dans le contrat de vente, imposant au vendeur de faire modifier les baux avant la vente.

Maître Cécile Zakine

À propos de l'auteur

Maître Cécile Zakine — Avocate au Barreau des Alpes-Maritimes, Docteur en Droit. Chaque article de ce magazine est rédigé à partir de l'analyse d'une décision de jurisprudence réelle, commentée et mise en perspective par les équipes de Maître Zakine.

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