Decisione di riferimento: cc • N° 85-14.904 • 1987-04-28 • Consulta la decisione →
A Ernée, un piccolo lotto tranquillo, due vicini litigano da mesi. Uno ha venduto un terreno all'altro, ma il prezzo di vendita, fissato nel compromesso di vendita, non è stato rispettato secondo l'acquirente. Quest'ultimo adisce un tribunale arbitrale, come previsto dal loro contratto. Ma ecco: gli arbitri, oltre a dirimere la controversia sul prezzo, accordano danni e interessi per un pregiudizio extracontrattuale. Il venditore, furioso, rifiuta di eseguire il lodo. Invoca un vizio di forma: secondo lui, gli arbitri hanno statuito al di fuori dell'ambito del compromesso, il che renderebbe nullo l'intero lodo. La domanda che si pone allora ogni proprietario coinvolto in una procedura arbitrale: se una parte della decisione è contestabile, bisogna buttare tutto nella spazzatura?
La risposta della Corte di cassazione, in una sentenza del 28 aprile 1987, è un modello di pragmatismo. Ci dice: no, non tutto è perduto. Se i diversi capi del lodo (cioè le diverse decisioni prese dagli arbitri) non sono indivisibili o dipendenti l'uno dall'altro, si può chiedere un exequatur parziale (l'autorizzazione data da un giudice di rendere esecutivo un lodo arbitrale, ma solo per una parte). In altre parole, si può salvare ciò che è valido e scartare ciò che non lo è. Una boccata d'aria per i giustiziabili, ma a condizione di comprendere bene i criteri.
Questa decisione, sebbene resa sotto l'impero del vecchio articolo 1028 del Codice di procedura civile (oggi abrogato, ma il cui spirito perdura nell'articolo 1500 dello stesso codice), rimane un riferimento per tutti coloro che ricorrono all'arbitrato: promotori immobiliari, condòmini o semplici privati. Allora, come hanno fatto i giudici a distinguere il grano dal loglio? Immergiamoci in questa vicenda tipica della Mayenne, tra Ernée e Craon.
I fatti: una storia come ne capitano ogni giorno
Il Sig. X, proprietario a Ernée, vende un terreno edificabile al Sig. Y, un giovane imprenditore di Laval. Il compromesso di vendita (il contratto preliminare) fissa un prezzo, ma prevede anche una clausola arbitrale in caso di controversia. Il giorno della firma dal notaio, il Sig. X esige un aumento del prezzo, sostenendo una plusvalenza legata a un permesso di costruire ottenuto nel frattempo. Il Sig. Y rifiuta e paga il prezzo iniziale. Segue un conflitto: il Sig. X adisce il tribunale arbitrale, come convenuto.
Gli arbitri, dopo una perizia, emettono il loro lodo: condannano il Sig. Y a pagare il prezzo iniziale (capo contrattuale), ma anche danni e interessi per il pregiudizio subito dal Sig. X a causa del ritardo nel pagamento (capo extracontrattuale, secondo il venditore). Il Sig. X, scontento, chiede l'annullamento dell'intero lodo dinanzi al giudice dell'exequatur (il presidente del tribunale di grande istanza di Laval, all'epoca). Il suo argomento: gli arbitri hanno statuito al di fuori del compromesso accordando danni e interessi su un fondamento extracontrattuale (cioè al di fuori del contratto, sulla base dell'articolo 1240 del Codice civile, che obbliga a riparare il danno causato dalla propria colpa). Ora, il compromesso consentiva solo di dirimere le controversie contrattuali. Quindi, secondo lui, l'intero lodo è nullo.
Il giudice dell'exequatur dà parzialmente ragione al Sig. X: rifiuta di eseguire la parte extracontrattuale, ma accorda l'exequatur per il resto. Il Sig. Y, che ha ottenuto ragione nel merito, fa appello. La corte d'appello di Angers conferma: gli arbitri non hanno statuito al di fuori del compromesso, poiché la richiesta di danni e interessi era legata all'esecuzione difettosa del contratto. Il Sig. X ricorre in cassazione. La Corte di cassazione, con la sentenza del 28 aprile 1987, valida la posizione della corte d'appello: ritiene che gli arbitri si siano collocati nel quadro contrattuale e che, in ogni caso, anche se la parte extracontrattuale fosse stata al di fuori del compromesso, essa non era indivisibile dal resto. Quindi, un exequatur parziale era possibile.
Il ragionamento della giurisdizione — decodificato
La Corte di cassazione si basa sull'articolo 1028 del Codice di procedura civile (vecchio), che dispone che «il lodo arbitrale è suscettibile di exequatur solo se non è contrario all'ordine pubblico e se è stato reso nei limiti del mandato conferito agli arbitri». In chiaro: per essere eseguito, il lodo deve rispettare il quadro fissato dal compromesso. Ma la Corte aggiunge una sfumatura: se una parte del lodo esce da questo quadro, si può convalidare solo il resto, a condizione che le diverse parti non siano indivisibili (inseparabili) o dipendenti (legate tra loro).
In questa vicenda, i giudici del merito (corte d'appello) avevano ritenuto che i danni e interessi non fossero extracontrattuali, bensì contrattuali: riparavano il pregiudizio nato dal mancato rispetto del contratto (il ritardo nel pagamento). La Corte di cassazione approva questo ragionamento: gli arbitri non sono usciti dal compromesso. Ma va oltre: anche se la qualificazione extracontrattuale fosse stata accolta, ciò non avrebbe comportato l'annullamento dell'intero lodo. Perché? Perché la condanna al pagamento del prezzo e la condanna ai danni e interessi sono due cose distinte, senza legame di dipendenza. Si può eseguire l'una senza l'altra.
Questa decisione è una conferma della giurisprudenza precedente: la Corte di cassazione è legata al principio della salvaguardia parziale degli atti giuridici. Evita così che un vizio minore (una parte al di fuori del compromesso) faccia naufragare tutto. È un approccio pragmatico, che protegge l'efficacia dell'arbitrato. Gli argomenti del Sig. X (nullità totale) sono

