Decisione di riferimento : cc • N° 75-15.199 • 1977-01-05 • Consulta la decisione →
Con una sentenza del 5 gennaio 1977, la Corte di Cassazione ha ribadito con forza un principio essenziale del diritto successorio: nessuno può essere costretto a rimanere nell'indivisione, anche se il defunto ha tentato di vietarlo per testamento. Nel caso di specie, un padre era deceduto lasciando un immobile ai suoi tre figli; il testamento conteneva una clausola che concedeva un contratto di locazione al figlio e vietava alle due figlie di chiedere la licitazione. Le eredi hanno adito i tribunali e l'Alta Corte ha censurato la decisione della corte d'appello che aveva ritenuto di far prevalere la clausola testamentaria.
Il principio è fondamentale: nessuno può essere costretto a rimanere nell'indivisione (articolo 815 del Codice civile). Ciò significa che ogni erede può, in qualsiasi momento, chiedere la divisione dei beni successori. Anche se il defunto ha tentato di vietare tale possibilità nel suo testamento, tale clausola è nulla. Perché? Perché il diritto di uscire dall'indivisione è un diritto essenziale, di ordine pubblico. Non vi si può rinunciare in anticipo.
In questa vicenda, un padre muore lasciando tre figli: due figlie e un figlio. Il testamento prevedeva che il contratto di locazione verbale concesso al figlio fosse trasformato in un contratto di locazione registrato, di durata abbastanza lunga, e che le due sorelle non potessero chiedere la licitazione dell'immobile. Ma queste ultime hanno comunque adito il tribunale per ottenere la divisione. La corte d'appello ha rifiutato, basandosi sulla clausola testamentaria. La Corte di Cassazione ha cassato tale decisione: la clausola era contraria all'articolo 815, non poteva impedire la divisione.
I fatti: una storia che capita ogni giorno
Alla morte del Sig. Y., il 28 aprile 1965, i suoi tre figli si trovano in indivisione su un immobile. Il figlio occupava già i locali in vita del padre, in virtù di un contratto di locazione verbale. Il testamento del defunto conteneva una clausola: tale contratto di locazione verbale doveva essere trasformato in un contratto di locazione registrato di durata determinata, e le due figlie non avrebbero potuto richiedere la vendita del bene. In chiaro, il padre voleva che suo figlio rimanesse nei locali il più a lungo possibile, e che le sue figlie non potessero sfrattarlo.
Le sorelle non hanno accettato questa situazione. Nel dicembre 1968, hanno citato in giudizio il fratello per chiedere la licitazione dell'immobile e la divisione del prezzo. Ritenevano che la clausola testamentaria fosse nulla e che avessero il diritto di uscire dall'indivisione. Il fratello, invece, sosteneva che la volontà del padre dovesse essere rispettata e che il contratto di locazione dovesse proseguire.
Il tribunale di primo grado ha dato parzialmente ragione alle sorelle, ma la corte d'appello di Reims ha riformato tale sentenza. I magistrati hanno ritenuto che la clausola testamentaria fosse valida e che le sorelle non potessero chiedere la licitazione fino alla scadenza del contratto di locazione. Le eredi si sono allora rivolte in Cassazione. L'Alta Corte ha deciso a loro favore, ricordando che l'articolo 815 del Codice civile è imperativo: nessuna clausola, nemmeno testamentaria, può ostacolare il diritto di provocare la divisione.
Il ragionamento della giurisdizione — analizzato
La Corte di Cassazione si è basata sull'articolo 815 del Codice civile, che dispone che «nessuno può essere costretto a rimanere nell'indivisione e la divisione può sempre essere richiesta, nonostante divieti e convenzioni contrarie». Questo testo è di ordine pubblico: tutela la libertà individuale di ogni coerede. Il legislatore ha voluto evitare che una persona sia prigioniera di una situazione di indivisione contro la sua volontà.
Nel caso di specie, la corte d'appello aveva rifiutato di accogliere la richiesta delle sorelle basandosi sulla clausola del testamento che istituiva un contratto di locazione a favore del figlio. Ma la Corte di Cassazione ha giudicato che tale clausola era precisamente un «divieto contrario» ai sensi dell'articolo 815. Poco importa che il testamento esprima la volontà del defunto: tale volontà non può andare contro un diritto fondamentale del Codice civile. La decisione della corte d'appello è quindi cassata.
Questo ragionamento non è isolato. Si inserisce in una giurisprudenza costante che tutela il diritto di uscita dall'indivisione. I giudici ritengono che le convenzioni di indivisione (come i contratti di locazione o le clausole di non divisione) siano valide, ma solo se temporanee e liberamente consentite dopo l'apertura della successione. Un testamento non può imporre un'indivisione perpetua. La soluzione è logica: il diritto di proprietà include il diritto di disporre del proprio bene. Costringere un erede a rimanere in indivisione significa ledere il suo diritto di proprietà.
Cosa cambia per voi — concretamente
Questa decisione ha conseguenze pratiche importanti per gli eredi in indivisione. Se siete proprietari di un bene in indivisione, potete in qualsiasi momento chiedere la divisione, anche se il defunto ha tentato di vietarlo nel suo testamento. Concretamente, ciò significa che potete adire il tribunale ordinario per chiedere sia la divisione amichevole (con accordo di tutti), sia la licitazione (vendita all'asta) se gli altri rifiutano.
La procedura può durare diversi mesi e comportare spese, ma permette di sbloccare una situazione di indivisione subita. L'essenziale è sapere che la volontà testamentaria contraria non vi priva di tale diritto.
Per gli inquilini, attenzione: se siete inquilini di un bene in indivisione, non siete protetti da questa giurisprudenza. Il contratto di locazione può essere messo in discussione se la divisione porta a una vendita. L'inquilino può ricevere un preavviso di sfratto per vendita (termine di 6 mesi prima della scadenza del contratto). Ma

