Decisione di riferimento: cc • N° 08-14.761 • 2009-05-20 • Consulta la decisione →
Immaginate: siete in pensione, installati nella casa che avete donato a vostro nipote dieci anni fa. Un giorno, quest'ultimo vi cita in giudizio per sfratto. Siete feriti, traditi. Volete revocare la donazione. Ma quanto tempo avete per agire? Un anno? Due? La risposta è nell'articolo 957 del Codice civile: un anno dal giorno in cui avete avuto conoscenza del reato. Ma cos'è un «reato»? E se il comportamento perdura nel tempo, il termine è prorogato? È esattamente la questione decisa dalla Corte di Cassazione il 20 maggio 2009, in una vicenda che riguarda molti proprietari, in particolare nel circondario di Mont-de-Marsan.
La vicenda oppone una donatrice, sig.ra Z..., al suo donatario che ha intentato un'azione di sfratto contro di lei. La donatrice ritiene che tale azione costituisca un'ingratitudine che giustifica la revoca della donazione. Ma la corte d'appello ha respinto la sua domanda, ritenendo che il termine di un anno non avesse iniziato a decorrere perché il fatto di ingratitudine (l'azione di sfratto) si protraeva nel tempo. La Corte di Cassazione cassa questa decisione: l'azione di sfratto è un fatto istantaneo, anche se i suoi effetti perdurano. Il termine decorre quindi dall'atto introduttivo del giudizio. Questa decisione è cruciale per ogni proprietario che abbia effettuato una donazione e subisca un'ingratitudine da parte del donatario.
Allora, concretamente, cosa bisogna ricordare? Se siete donatori e il donatario si mostra ingrato, dovete agire rapidamente: un anno dopo il fatto, è troppo tardi. Questa regola rigorosa si applica a tutti, che siate a Tarnos, Mimizan o altrove. Decifriamo insieme questa decisione e vediamo come evitare le insidie.
I fatti: una storia come tante
La sig.ra Z..., proprietaria a Tarnos, aveva donato diversi appartamenti a un parente. Successivamente sono sorte tensioni. Il donatario ha intentato un'azione di sfratto contro la sig.ra Z... e suo marito, citandoli in giudizio il 20 ottobre 2003. La sig.ra Z..., ritenendo che tale azione costituisse un'ingratitudine grave, ha chiesto la revoca della donazione. Ma non ha agito immediatamente: ha atteso più di un anno dalla citazione per presentare la sua domanda.
Davanti alla corte d'appello, la sig.ra Z... ha sostenuto che il fatto di ingratitudine non era un evento puntuale, ma un comportamento continuo: il donatario non solo aveva intentato l'azione, ma l'aveva mantenuta per tutta la durata del procedimento. Secondo lei, il termine di un anno non aveva quindi iniziato a decorrere, o almeno era prorogato fino alla fine del giudizio. I giudici d'appello hanno seguito questo ragionamento: hanno respinto l'eccezione di prescrizione, ritenendo che il fatto di ingratitudine fosse «continuo».
La Corte di Cassazione non è stata di questo avviso. Ha cassato la sentenza d'appello ai sensi dell'articolo 957 del Codice civile. Secondo l'Alta Corte, l'azione di sfratto è un fatto istantaneo: si materializza con l'atto di citazione in giudizio. Poco importa che l'azione prosegua successivamente nel tempo. Il termine di un anno decorre quindi dalla citazione, non dalla fine del procedimento. Nel caso di specie, la sig.ra Z... aveva atteso troppo a lungo: la sua domanda era tardiva.
Il ragionamento della giurisdizione — analizzato
Il fondamento della decisione è l'articolo 957 del Codice civile, che dispone: «La domanda di revoca per causa di ingratitudine deve essere proposta entro un anno dal giorno del reato imputato dal donatore al donatario, o dal giorno in cui il reato è stato conoscibile dal donatore.» In chiaro, se il donatario commette un atto di ingratitudine (come un'aggressione, un'accusa calunniosa, o qui un'azione di sfratto), il donatore ha un termine di un anno per chiedere la revoca della donazione. Questo termine decorre o dalla data del reato, o dal momento in cui il donatore ne ha avuto conoscenza (se successiva).
In questa vicenda, la questione era se il fatto di ingratitudine (l'azione di sfratto) dovesse essere qualificato come «reato istantaneo» o «reato continuato». Un reato istantaneo è un fatto unico che si consuma in un istante (come un colpo, un insulto). Un reato continuato è un comportamento che si protrae nel tempo (come uno stato di violenza o molestia). La corte d'appello aveva ritenuto che l'azione di sfratto, una volta intentata, proseguisse fino alla sentenza: il donatario manteneva la sua domanda, il che costituiva un fatto continuo. Quindi il termine iniziava a decorrere solo alla fine di tale comportamento.
La Corte di Cassazione respinge questa analisi. Distingue il fatto generatore (l'atto di citazione) dalle sue conseguenze processuali. La citazione in giudizio è un atto unico: manifesta la volontà del donatario di sfrattare il donatore. Il mantenimento di tale azione in giustizia non è che la prosecuzione del procedimento, non un nuovo atto di ingratitudine. In altre parole, il reato è consumato al momento del deposito della citazione. Di conseguenza, il termine di un anno decorre da tale data. Si tratta di un'applicazione rigorosa dell'articolo 957, che tutela la certezza del diritto: il donatario deve sapere rapidamente se il suo atto comporterà una revoca.
Questa decisione non è un revirement: conferma una giurisprudenza costante. La Corte di Cassazione ha già giudicato più volte che il termine dell'articolo 957 è imperativo e non può essere prorogato. Essa fa prova di rigore

