Decisione di riferimento: cc • N. 10-13.542 • 2011-12-14 • Consulta la decisione →
Immaginate: lavorate da anni in un'azienda a Saint-Vincent-de-Tyrosse, quando improvvisamente il vostro datore di lavoro smette di affidarvi incarichi, vi isola e non vi versa più alcuni premi. Alla fine chiedete al tribunale di pronunciare la risoluzione giudiziale del vostro contratto di lavoro, cioè di porre fine al rapporto per colpa del datore di lavoro. Ma prima che il giudice si pronunci, il vostro datore di lavoro vi licenzia. Cosa succede allora? La domanda di risoluzione diventa priva di oggetto? La risposta è no, e lo ha ricordato la Corte di Cassazione in una sentenza del 14 dicembre 2011 (n. 10-13.542). Questa decisione, che può sembrare tecnica, ha implicazioni concrete per ogni lavoratore che affronti un deterioramento delle proprie condizioni di lavoro. Essa consente di considerare tutte le inadempienze del datore di lavoro, anche quelle che sono persistite dopo l'instaurazione del giudizio, per valutare la gravità della situazione. In pratica, il lavoratore non deve scegliere tra chiedere la risoluzione e contestare il licenziamento: le due vie sono complementari e il giudice può fare ordine.
I fatti: una storia che capita ogni giorno
Il Sig. X, quadro commerciale in una società con sede a Mimizan, è in conflitto con il suo datore di lavoro da diversi mesi. Si lamenta di essere stato progressivamente emarginato: nessun incarico, nessun inquadramento gerarchico chiaro e persino l'assenza di convocazione a riunioni importanti, come quella del 19 gennaio 2006 a cui tutti i quadri erano presenti tranne lui. Ritiene che il datore di lavoro violi i propri obblighi contrattuali non fornendogli lavoro e privandolo della retribuzione variabile.
Il 10 marzo 2006, il Sig. X adisce il consiglio di prud'hommes con una domanda di risoluzione giudiziale del suo contratto di lavoro per colpa del datore di lavoro. Invoca le inadempienze sopra descritte. Ma il datore di lavoro replica licenziandolo per motivo economico il 15 aprile 2006, cioè dopo l'introduzione del giudizio. Il Sig. X contesta quindi tale licenziamento dinanzi allo stesso giudice.
La corte d'appello, investita della controversia, esamina la domanda di risoluzione giudiziale e il licenziamento. Decide che le inadempienze del datore di lavoro, sebbene anteriori all'instaurazione del giudizio, sono persistite fino al giorno del licenziamento, il che configura una gravità sufficiente per pronunciare la risoluzione giudiziale. Condanna il datore di lavoro al risarcimento dei danni per licenziamento senza giusta causa. Il datore di lavoro ricorre in cassazione, sostenendo che il giudice non poteva considerare fatti successivi alla domanda di risoluzione per valutarne la gravità. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e conferma la sentenza d'appello.
Il ragionamento della giurisdizione — analizzato
Il ragionamento dei giudici si articola attorno a un principio semplice ma fondamentale: la domanda di risoluzione giudiziale e la contestazione del licenziamento sono due azioni distinte che possono coesistere. Quando il lavoratore chiede la risoluzione giudiziale, invoca inadempienze del datore di lavoro che, se sufficientemente gravi, giustificano la rottura del contratto per colpa di quest'ultimo. Ma se il datore di lavoro licenzia il lavoratore nel corso del giudizio, il giudice deve esaminare entrambe le domande: prima, la risoluzione giudiziale (che assorbe il licenziamento se viene pronunciata), poi, in via subordinata, la fondatezza del licenziamento.
Nel caso di specie, la Corte di Cassazione convalida il ragionamento della corte d'appello: per valutare la gravità delle inadempienze del datore di lavoro, il giudice può tenere conto della loro persistenza fino al giorno del licenziamento. In altre parole, anche se i fatti sono anteriori all'instaurazione del giudizio, la loro continuazione nel tempo aggrava la situazione. Questa soluzione si basa sull'articolo 1224 del Codice civile (ex articolo 1184), che consente a una parte di chiedere la risoluzione giudiziale di un contratto in caso di inadempimento sufficientemente grave. I giudici ritengono che la persistenza delle inadempienze sia un elemento di valutazione della loro gravità, poiché dimostra che il datore di lavoro non ha rimediato ai propri torti.
Quello che pochi sanno è che questa decisione sancisce un approccio pragmatico: il lavoratore non è tenuto a scegliere tra le due vie. Può cumulare le domande e il giudice farà chiarezza. Attenzione però: ciò non significa che la risoluzione giudiziale sia automatica. Occorre dimostrare inadempienze gravi e persistenti, non semplici disaccordi.
Cosa cambia per voi — concretamente
Per i lavoratori, questa decisione è un'arma in più. Se subite inadempienze da parte del vostro datore di lavoro (mancato pagamento dello stipendio, molestie, modifica unilaterale del contratto, emarginazione...), potete adire il consiglio di prud'hommes con una domanda di risoluzione giudiziale. Anche se il vostro datore di lavoro vi licenzia successivamente, le vostre possibilità di ottenere la risoluzione rimangono intatte, a condizione che le inadempienze siano persistite.
Esempio concreto: un lavoratore di un'azienda di Saint-Vincent-de-Tyrosse vede il suo stipendio ridotto senza giustificazione da sei mesi. Chiede la risoluzione giudiziale. Prima dell'udienza, il datore di lavoro lo licenzia per motivo economico. Il giudice potrà considerare la persistenza della riduzione salariale fino al licenziamento come elemento di gravità e pronunciare la risoluzione giudiziale, con conseguente risarcimento per licenziamento senza giusta causa.

