Decisione di riferimento : cc • N° 09-67.494 • 2010-10-21 • Consulta la decisione →
Immaginate: siete proprietari di un piccolo immobile a Rethel, e il vostro inquilino, operaio in una cartiera, sviluppa una sordità professionale. Egli denuncia il suo ultimo datore di lavoro, ma questi afferma che il rumore proveniva dal suo posto precedente, presso un altro industriale. Chi deve pagare? La questione è scottante tanto per i datori di lavoro quanto per i lavoratori.
Questa decisione del 21 ottobre 2010 della Corte di Cassazione risponde: la malattia professionale si considera contratta al servizio dell'ultimo datore di lavoro presso il quale la vittima è stata esposta al rischio, prima della sua constatazione medica. In altre parole: l'ultimo datore di lavoro è presunto responsabile, salvo che provi che la malattia è dovuta alle condizioni di lavoro di imprese precedenti. Una presunzione semplice, ma gravida di conseguenze.
Allora, come si traduce concretamente? E cosa fare se siete interessati, che siate lavoratore a Épernay o datore di lavoro nella Marna? Addentriamoci nel dettaglio di questa vicenda.
I fatti: una storia come tante
Tutto inizia con un lavoratore, il Sig. Y., assunto dalla società Smurfit Kappa a Reims come operaio di fabbricazione. Per anni, lavora in un'officina dove il rumore ambientale supera le soglie regolamentari. Nel 2003, un medico del lavoro constata una sordità professionale. Il Sig. Y. dichiara la malattia alla CPAM, che la prende in carico. Ma Smurfit Kappa contesta: secondo lei, il lavoratore era stato esposto a rumori presso i suoi datori di lavoro precedenti, in particolare in un'altra fabbrica a Rethel.
La controversia arriva davanti al tribunale delle assicurazioni sociali. La cassa regionale di assicurazione malattia, dopo indagine, stabilisce che i livelli sonori misurati presso Smurfit Kappa nel febbraio 2003 superavano gli 85 decibel, rendendo obbligatorio l'uso di protezioni acustiche. Ma Smurfit Kappa sostiene che il Sig. Y. aveva già una perdita uditiva prima dell'assunzione, e che il suo posto attuale non era l'unico in causa.
La corte d'appello di Reims dà ragione al datore di lavoro: ritiene che la malattia possa essere imputata a più datori di lavoro, e che la CPAM non abbia provato che l'ultimo fosse l'unico responsabile. Per essa, la presunzione non opera se il lavoratore è stato esposto in precedenza. Un ragionamento logico, ma non conforme al diritto della sicurezza sociale.
La CPAM ricorre in cassazione. E la Corte Suprema cassa la sentenza: ricorda che, secondo l'articolo L. 461-1 del Codice della sicurezza sociale, la malattia professionale si presume contratta al servizio dell'ultimo datore di lavoro presso il quale la vittima è stata esposta al rischio, prima della constatazione medica. Spetta a questo datore di lavoro provare il contrario, non alla cassa.
Il ragionamento della giurisdizione — analizzato
Il cuore del dibattito: chi sopporta l'onere della prova? La Corte di Cassazione decide a favore di una presunzione semplice, ma invertita. Concretamente, non appena un lavoratore è stato esposto al rischio (qui, il rumore) presso il suo ultimo datore di lavoro, e la malattia è constatata medicalmente, si considera che sia stato quest'ultimo datore di lavoro a causarla. Il datore di lavoro può liberarsene se dimostra che la malattia proviene esclusivamente da condizioni di lavoro precedenti.
Non è una rivoluzione: la giurisprudenza era già ben consolidata. Ma la sentenza del 21 ottobre 2010 precisa un punto cruciale: la presunzione opera anche se il lavoratore è stato esposto presso più datori di lavoro. Prima, alcune corti d'appello richiedevano un'esposizione esclusiva presso l'ultimo datore di lavoro. Ora, è sufficiente una esposizione, anche parziale. Una domanda retorica: chi può provare che il rumore di un'officina non ha aggravato una sordità preesistente?
La Corte si basa sull'articolo L. 461-1 del Codice della sicurezza sociale, che dispone che la malattia professionale si presume di origine professionale salvo prova contraria. Aggiunge che questa presunzione si applica all'ultimo datore di lavoro, perché è lui che ha il controllo delle condizioni di lavoro al momento della constatazione. I giudici hanno respinto l'argomento di Smurfit Kappa, che sosteneva che la CPAM dovesse provare l'assenza di esposizione precedente. Sbagliato: l'onere della prova incombe al datore di lavoro.
Questa analisi conferma una tendenza protettiva dei lavoratori, ma non è assoluta. Il datore di lavoro può sempre difendersi producendo misurazioni acustiche passate, certificati medici anteriori all'assunzione, o perizie che stabiliscano che il rischio era trascurabile presso di lui.
Cosa cambia per voi — concretamente
Per il lavoratore (o i suoi aventi diritto): Non dovete più provare che il vostro ultimo datore di lavoro è responsabile. Se siete stati esposti al rischio (rumore, amianto, prodotti chimici) presso di lui, e la malattia è dichiarata nei termini legali, la CPAM riconosce la malattia professionale. Il datore di lavoro deve allora contestare, spesso in tribunale. Esempio a Épernay: un operaio viticolo esposto a pesticidi sviluppa un cancro. Il suo ultimo datore di lavoro, un'azienda vinicola, dovrà provare che il cancro proviene da una precedente azienda agricola.
Per il datore di lavoro: L'onere della prova grava su di voi. Conservate tutte le schede di posto, le misure di igiene e sicurezza, le attestazioni di utilizzo di dispositivi di protezione. Se assumete un lavoratore che ha già lavorato in settori a rischio, fate effettuare una visita medica di assunzione completa per stabilire uno stato di fatto. Una mancanza di monitoraggio può costarvi caro: il costo di una malattia professionale può raggiungere 100.000 € in contributi.

